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29 lug 2026 UE normative auto e circolazione

Agenzia Entrate: addio fermo auto per debiti ma si passa all'ipoteca della casa
pubblicato da: admin

Agenzia Entrate: addio fermo auto per debiti ma si passa all'ipoteca della casa

Chi ha pendenze con il Fisco potrebbe presto dire addio al blocco dell'auto. Una proposta di legge in discussione al Senato vuole cancellare il fermo amministrativo sui veicoli e sostituirlo con uno strumento diverso, pensato per non paralizzare la vita di chi lavoraDa anni il fermo dei veicoli rappresenta uno degli strumenti più contestati tra le misure a disposizione dell'Agenzia delle Entrate Riscossione. Bloccare un'auto o un furgone significa, nella pratica, impedire a un lavoratore autonomo o a un piccolo imprenditore di svolgere la propria attività quotidiana, con il paradosso che lo Stato non incassa comunque il credito vantato.È proprio da questa contraddizione che nasce il Disegno di legge Senato n. 1945, presentato da Massimo Garavaglia, presidente della commissione Finanze di Palazzo Madama. Nella relazione che accompagna il testo si sottolinea come il fermo amministrativo sia una misura sproporzionata rispetto all'obiettivo di recupero del credito, capace di comprimere un diritto costituzionalmente riconosciuto come la libertà di circolazione, senza però produrre alcun vantaggio economico reale per le casse pubbliche. Un veicolo fermo, del resto, non solo non genera gettito, ma tende a perdere valore nel tempo, aggravando la posizione sia del contribuente sia, indirettamente, dello Stato stesso.Come funzionerà la nuova ipoteca legale esattorialeAl posto del fermo, il testo normativo introduce quella che viene definita ipoteca legale esattoriale, un meccanismo che sposta la garanzia dal veicolo a un bene immobile, lasciando così il debitore libero di continuare a lavorare. Non si tratta però di uno strumento applicabile in ogni circostanza: la proposta prevede infatti dei limiti precisi, pensati per evitare un uso eccessivo o punitivo della misura.Il vincolo potrà scattare solo per debiti che superano la soglia dei 10.000 euro, mentre per importi inferiori l'Agenzia della Riscossione non potrà procedere in alcun modo con questo tipo di cautela patrimoniale. È inoltre previsto un obbligo di preavviso di sessanta giorni prima dell'iscrizione dell'ipoteca: un margine temporale che permette al cittadino di saldare quanto dovuto, oppure di richiedere una rateizzazione, evitando così la trascrizione del vincolo nei registri immobiliari.Un ultimo aspetto, non secondario, riguarda i costi: una volta estinto il debito, la cancellazione dell'ipoteca avverrà a titolo gratuito, senza oneri aggiuntivi a carico del contribuente, superando così una delle criticità più segnalate delle attuali procedure di riscossione.Un esempio concreto: cosa cambierebbe nella vita di tutti i giorniPer capire davvero la portata del cambiamento, è utile immaginare un caso pratico. Si pensi a un artigiano con un debito complessivo tra Irpef e Iva di 12.000 euro, che utilizza il proprio furgone per le consegne quotidiane. Con le regole oggi in vigore, l'esattore può disporre il fermo del veicolo: l'artigiano si ritrova impossibilitato a lavorare, rischia di perdere i clienti e, paradossalmente, proprio a causa del blocco non riesce più a produrre il reddito necessario per estinguere il debito. Il risultato è che né il cittadino né lo Stato ottengono un beneficio reale dalla misura.Con l'entrata in vigore della riforma, lo scenario cambierebbe radicalmente: superati i sessanta giorni di preavviso senza che il debito venga saldato, l'Agenzia iscriverebbe un'ipoteca su un immobile di proprietà dell'artigiano, che potrebbe però continuare a usare il furgone e a lavorare regolarmente. Estinto il debito con i proventi della propria attività, l'ipoteca verrebbe cancellata senza alcun costo aggiuntivo.Le prospettive future della riformaVa precisato che si tratta, al momento, di un disegno di legge ancora in fase di esame parlamentare, e non di una norma già operativa: il percorso legislativo potrebbe comportare modifiche al testo prima della sua eventuale approvazione definitiva. Resta, però, significativo il cambio di prospettiva che la proposta introduce nel rapporto tra Fisco e contribuente: si passa da una logica punitiva e immediata, come quella del fermo, a un approccio che punta a conciliare la tutela del credito pubblico con la possibilità concreta, per il debitore, di continuare a produrre reddito e, quindi, di onorare il proprio debito nel tempo.Se confermata, la riforma potrebbe rappresentare un punto di svolta per migliaia di lavoratori autonomi e piccoli imprenditori, che oggi vivono il fermo amministrativo come un ostacolo diretto alla propria attività, più che come uno strumento efficace di riscossione.

15/07/2026

02 lug 2026 UE normative auto e circolazione

UE: dal 7 luglio 2026 scatola nera e telecamera su auto per controllare il condu
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L’UE impone nuovi sistemi di sicurezza: le auto controlleranno anche il conducente

Dal 7 luglio 2026 entrano in vigore nuovi sistemi ADAS obbligatori sulle auto di nuova immatricolazione. Ecco cosa cambia per automobilisti e costruttorio ancora più tecnologiche e attente alla sicurezza. Il 7 luglio 2026 entrerà infatti in vigore una nuova fase del regolamento europeo dedicato ai sistemi di assistenza alla guida, meglio conosciuti come ADAS. Non si tratta di semplici optional o dotazioni premium, ma di requisiti obbligatori che ogni veicolo di nuova immatricolazione dovrà rispettare per poter essere commercializzato all’interno dell’Unione Europea.

L’obiettivo è chiaro: ridurre il numero di incidenti stradali intervenendo sulle principali cause che li generano. Secondo le stime europee, infatti, oltre il 90% dei sinistri è riconducibile a errori umani, distrazioni o valutazioni errate da parte del conducente.

Il nuovo pacchetto normativo rappresenta l’ultima evoluzione di un percorso iniziato nel 2022 e progressivamente rafforzato negli anni successivi.

Stop lampeggianti: la novità più visibile per gli automobilisti

Tra le innovazioni che i conducenti noteranno più facilmente c’è il sistema ESS (Emergency Stop Signal). La funzione modifica il comportamento dei fanali posteriori durante le frenate più intense. In situazioni di emergenza, anziché rimanere accesi in modo fisso, gli stop iniziano a lampeggiare rapidamente per attirare immediatamente l’attenzione di chi segue il veicolo.

La logica è semplice ma efficace. Diversi studi hanno dimostrato che il cervello umano reagisce più velocemente a un segnale intermittente rispetto a una luce statica. Questo consente agli automobilisti che seguono di percepire prima il pericolo e iniziare la frenata con un piccolo ma prezioso vantaggio temporale.

Il sistema non entra in funzione durante le normali decelerazioni. L’attivazione avviene solo in presenza di frenate particolarmente brusche, generalmente oltre i 50 km/h e con valori di decelerazione elevati. In alcuni casi, una volta arrestato il veicolo, possono attivarsi automaticamente anche le quattro frecce. Si tratta di una tecnologia già presente su diversi modelli, ma che ora diventerà parte integrante dei nuovi standard europei.

Una telecamera controllerà l’attenzione del conducente

La novità più significativa riguarda però il monitoraggio della distrazione. Il tradizionale sistema di rilevamento dell’attenzione evolve e lascia spazio al nuovo ADDW (Advanced Driver Distraction Warning), una soluzione molto più sofisticata rispetto alle generazioni precedenti.

19/06/2026

Fino a oggi molte vetture valutavano la stanchezza del guidatore attraverso parametri indiretti, come i movimenti del volante, le correzioni di traiettoria o il comportamento del veicolo sulla carreggiata. Con le nuove regole entra invece in gioco una telecamera interna rivolta verso il conducente.

Il sistema sarà in grado di analizzare il comportamento del guidatore in tempo reale, monitorando la direzione dello sguardo, la frequenza dell’ammiccamento, l’eventuale chiusura prolungata delle palpebre e altri segnali associati a distrazione o sonnolenza.

Se rileva una situazione potenzialmente pericolosa, l’auto emette avvisi acustici o visivi invitando il conducente a recuperare l’attenzione o a effettuare una pausa. Si tratta di una delle tecnologie che probabilmente farà più discutere, poiché introduce un livello di monitoraggio interno mai visto prima su larga scala.

Frenata automatica più intelligente per proteggere pedoni e ciclisti

Anche la frenata automatica d’emergenza (AEB) compie un ulteriore passo avanti. I nuovi requisiti imposti dall’Unione Europea prevedono prestazioni più elevate nella capacità di riconoscere utenti vulnerabili della strada come pedoni e ciclisti.

Le precedenti generazioni di sistemi erano particolarmente efficaci nel rilevare altri veicoli, ma potevano mostrare maggiori difficoltà in scenari urbani complessi. Le nuove procedure di omologazione richiederanno invece una maggiore precisione nelle aree più critiche, come attraversamenti pedonali, incroci cittadini, piste ciclabili e zone a traffico misto.

L’obiettivo è ridurre il numero di incidenti che coinvolgono persone prive di protezioni, spesso le vittime più esposte nelle collisioni urbane.

Anche camion e autobus dovranno adeguarsi

Le novità non riguardano soltanto le automobili. Dal 7 luglio 2026 anche camion e autobus di nuova immatricolazione saranno soggetti a requisiti di sicurezza più severi. Tra le dotazioni obbligatorie figura anche l’Event Data Recorder, comunemente definito “scatola nera”, già introdotto sulle autovetture negli anni precedenti.

L’estensione delle tecnologie ADAS ai mezzi pesanti rappresenta uno degli interventi più importanti della nuova normativa, considerando il peso e le conseguenze che possono derivare da un incidente che coinvolge veicoli industriali.

Chi deve preoccuparsi e chi può stare tranquillo

La domanda che molti automobilisti si stanno ponendo riguarda le vetture già in circolazione. La risposta è semplice: chi possiede già un’auto non dovrà fare nulla. Le nuove regole si applicano esclusivamente ai veicoli di nuova immatricolazione. Non sono previsti aggiornamenti obbligatori, retrofit o installazioni successive per il parco circolante attuale.

Il cambiamento interesserà progressivamente il mercato attraverso il naturale ricambio delle vetture. Per i costruttori, invece, il conto alla rovescia è ormai terminato. Da luglio ogni nuovo modello immatricolato dovrà rispettare standard più rigorosi e dimostrare che i sistemi di sicurezza installati funzionino efficacemente anche nelle condizioni più difficili.

Più tecnologia per ridurre gli errori umani

Dietro sigle come ESS, ADDW, AEB e ISA si nasconde una strategia precisa dell’Unione Europea: ridurre gli incidenti intervenendo prima che l’errore umano si trasformi in un impatto.

La tecnologia non può sostituire la prudenza, l’attenzione o il buon senso di chi guida. Può però fornire un supporto concreto nei momenti più critici, segnalando un pericolo, correggendo una distrazione o guadagnando quei pochi metri che spesso fanno la differenza tra un incidente e un semplice spavento.

Dal 7 luglio 2026 le auto europee saranno quindi ancora più connesse, più attente e più capaci di intervenire quando il conducente non riesce a farlo in tempo. Una trasformazione che segna un ulteriore passo verso una mobilità sempre più assistita e sicura.

13 feb 2026

Il wi fi può vederti senza telecamere
pubblicato da: admin

Il wi fi può vederti senza telecamere

Le reti WiFi potrebbero trasformarsi in un'infrastruttura di sorveglianza di massa invisibile e onnipresente: è quello che emerge da una ricerca del Karlsruhe Institute of Technology, che ha dimostrato come sia possibile identificare persone con una precisione vicina al 100% semplicemente analizzando i segnali WiFi standard, senza necessità di dispositivi speciali o che gli individui portino con sé apparecchi elettronici.

Il metodo sviluppato dal team del Professor Thorsten Strufe, dell'istituto KASTEL dedicato alla sicurezza informatica del KIT, sfrutta le normali comunicazioni di rete tra dispositivi connessi e router. "Osservando la propagazione delle onde radio, possiamo creare un'immagine dell'ambiente e delle persone presenti", spiega Strufe. La tecnologia funziona in modo simile a una telecamera tradizionale, con la differenza che utilizza onde radio invece della luce per il riconoscimento.

Come funziona la tecnologia

Il sistema si basa sull'analisi delle beamforming feedback information (BFI), segnali di feedback che i dispositivi inviano regolarmente al router per ottimizzare la connessione. Questi segnali vengono trasmessi in forma non criptata e possono essere letti da chiunque si trovi nel raggio d'azione. Quando le onde radio attraversano uno spazio e interagiscono con le persone, creano pattern distintivi che possono essere catturati e analizzati.

Raccogliendo questi dati, è possibile generare immagini delle persone da molteplici prospettive, permettendo l'identificazione degli individui. Una volta addestrato il modello di machine learning sottostante, il processo di identificazione richiede solo pochi secondi. Durante i test controllati, il metodo ha raggiunto un'accuratezza quasi del 100% su 197 partecipanti.

Sorveglianza globale senza dispositivi

L'aspetto più preoccupante della scoperta è che non è necessario che l'individuo porti con sé alcun dispositivo WiFi. Spegnere il proprio smartphone o tablet non offre alcuna protezione, poiché è sufficiente che altri dispositivi WiFi nell'ambiente siano attivi. "Questa tecnologia trasforma ogni router in un potenziale mezzo di sorveglianza", avverte Julian Todt del team di ricerca KASTEL. Se una persona passa regolarmente davanti a un bar che gestisce una rete WiFi, potrebbe essere identificata senza accorgersene e successivamente riconosciuta, ad esempio, da autorità pubbliche o aziende.

Le reti WiFi sono ormai presenti praticamente in ogni abitazione, ufficio, ristorante e spazio pubblico, creando quella che i ricercatori descrivono come "un'infrastruttura di sorveglianza quasi nazionale". Il tragitto quotidiano attraverso ambienti dotati di WiFi diventa una scia di punti di identificazione. La portata del fenomeno è particolarmente preoccupante considerando che il metodo richiede solo apparecchiature WiFi standard, rendendo inevitabile una diffusione di massa.

Felix Morsbach, membro del team di ricerca, sottolinea che attualmente agenzie di intelligence o criminali informatici hanno modi più semplici per monitorare le persone, come l'accesso ai sistemi CCTV o ai videocitofoni. Tuttavia, le reti wireless onnipresenti potrebbero diventare un'infrastruttura di sorveglianza quasi completa con una caratteristica allarmante: sono invisibili e non destano sospetti.

Implicazioni per i diritti fondamentali

La natura nascosta di questo metodo è particolarmente preoccupante per il monitoraggio di manifestanti e dissidenti politici nei regimi autoritari. "La tecnologia è potente, ma allo stesso tempo comporta rischi per i nostri diritti fondamentali, specialmente per la privacy", avverte il Professor Strufe. I ricercatori hanno presentato le loro scoperte alla ACM Conference on Computer and Communications Security tenutasi a Taipei nell'ottobre 2025, chiedendo specificamente misure di protezione nel prossimo standard IEEE 802.11bf.

Lo standard IEEE 802.11bf è in fase di sviluppo per introdurre funzionalità di sensing nel WiFi, definendo protocolli essenziali per il rilevamento di presenza, il riconoscimento di gesti e il monitoraggio della salute. La finestra temporale per incorporare salvaguardie sulla privacy direttamente negli standard WiFi rimane aperta, ma probabilmente non per molto. Ogni mese di ritardo rende la protezione retroattiva esponenzialmente più difficile da implementare su miliardi di dispositivi esistenti.

Rischi emergenti e tecnologie future

Le preoccupazioni non si limitano al WiFi attuale. Con l'emergere del framework 6G chiamato "Integrated Sensing and Communications", la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente. Questo approccio mira essenzialmente a standardizzare i segnali cellulari, consentendo a ogni stazione base di funzionare come un sistema radar MIMO altamente avanzato. Sebbene l'intenzione principale sia utilizzare questa tecnologia per monitorare il traffico e applicazioni simili, è indubbiamente destinata a essere sfruttata anche per attività di sorveglianza di massa e raccolta di intelligence.

I ricercatori stanno chiedendo lo sviluppo immediato di salvaguardie sulla privacy prima che questa tecnologia venga ampiamente sfruttata. Il tempismo è fondamentale: l'urgenza di definire standard adeguati deriva dal fatto che, una volta che la tecnologia sarà ampiamente diffusa, sarà molto più difficile implementare protezioni efficaci.

12/02/2026

13 feb 2026

Alphagenome: l'IA che predice la funzione del genoma da DNA
pubblicato da: admin

Alphagenome: l'IA che predice la funzione del genoma da DNA.

AGI - DeepMind ha pubblicato su Nature uno studio su AlphaGenome, un modello di intelligenza artificiale progettato per prevedere misure funzionali del genoma direttamente dalla sequenza di DNA. Gli autori spiegano che il sistema analizza fino a 1 megabase (circa un milione di "lettere" di DNA) e produce previsioni ad altissima risoluzione, fino alla singola base.

Le predizioni coprono diverse modalità biologiche, tra cui espressione dei geni e avvio della trascrizione, accessibilità della cromatina, modifiche istoniche, legame dei fattori di trascrizione, contatti tra regioni di DNA e splicing, inclusa la previsione di siti e giunzioni con posizione e intensità dell'effetto. Il paper inquadra AlphaGenome come un tentativo di ridurre due vincoli tipici dei modelli "sequence-to-function": la scelta tra sequenze molto lunghe per cogliere effetti "a distanza" e sequenze più corte per predizioni precise "lettera per lettera", e la scelta tra sistemi molto forti su un singolo compito e modelli più generalisti che coprono più misure insieme.

Addestramento e risultati di performance

Addestrato su genoma umano e di topo, AlphaGenome punta a combinare una finestra di contesto ampia con predizioni dettagliate base per base su più tipologie di segnali. Sul fronte delle prestazioni, gli autori riportano che AlphaGenome eguaglia o supera i migliori modelli disponibili in 25 test su 26 nella predizione dell'effetto delle varianti. Tra i casi discussi c'è l'area vicino all'oncogene TAL1, dove la lettura su più modalità ricostruirebbe il meccanismo di varianti clinicamente rilevanti.

L'importanza del genoma non codificante

Il contesto è quello delle varianti non codificanti, che rappresentano la quota dominante del genoma: solo circa il 2% del DNA codifica direttamente proteine, mentre il restante 98% include regioni regolatorie che controllano quando, dove e quanto i geni vengono attivati. In questa prospettiva, DeepMind presenta AlphaGenome come uno strumento fondamentale per rendere più interpretabili gli effetti di piccole variazioni genetiche, con possibili ricadute su ricerca e comprensione biologica. Commenti esterni descrivono il modello come molto performante in test indipendenti, pur indicando margini di miglioramento e una dipendenza dalla qualità e dalla standardizzazione dei dati sperimentali disponibili.

AlphaGenome nel panorama dei modelli deepmind

A corredo dello studio, DeepMind colloca AlphaGenome nella linea dei suoi modelli "Alpha" per la biologia: dopo AlphaMissense, dedicato alle mutazioni nelle regioni codificanti, AlphaGenome si concentra soprattutto sulla parte non codificante e regolatoria del genoma. Il modello, già disponibile in versione preliminare per uso non commerciale, viene ora consolidato con la pubblicazione su Nature. DeepMind aggiunge infine che lo studio è accompagnato da strumenti per generare predizioni di tracce genomiche e per stimare l'effetto delle varianti a partire dalla sola sequenza, con l'obiettivo di facilitarne l'adozione nella comunità scientifica.

07/02/2026

13 feb 2026

U.E. apre 6 infrazioni contro l'Italia
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U.E. apre 6 infrazioni contro l'Italia

Bruxelles apre 6 nuove procedure di infrazione contro l’Italia. Metà legate all’ambiente (per cui Roma ha già sborsato oltre 800 milioni)La Commissione europea presenta il conto a suon di procedure di infrazione. E, se il 2025 è finito male, il 2026 non è certo iniziato molto meglio. Dopo le sette procedure d’infrazione nei confronti dell’Italia arrivate l’anno scorso, due avviate a dicembre scorso con altrettante lettere di messa in mora (una legata al mancato rispetto della direttiva sulla qualità dell’aria a Napoli e Palermo) e cinque portate avanti da Bruxelles (di cui tre su rifiuti, protezione della natura e rinnovabili), ancora una volta è l’ambiente a dare grattacapi. Delle sei diverse lettere di messa in mora che aprono procedure nuove di zecca, tre riguardano temi legati direttamente o indirettamente all’ambiente. In particolare, violazioni della direttiva acque, mancato rispetto delle norme sulla qualità dell’aria (che dovrebbe essere una priorità dato che la Pianura Padana è una delle aree più inquinate d’Europa) e della direttiva che semplifica gli obblighi di segnalazione in alcuni settori, tra cui quello degli alimenti e degli ingredienti alimentari, del rumore esterno, dei diritti dei pazienti e delle apparecchiature radio.

Il conto salato pagato dall’Italia

Come ricordato qualche settimana fa dal commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, rispondendo a un’interrogazione parlamentare presentata dall’esponente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Antoci, “dal 2012, l’Italia ha versato 1,2 miliardi di euro in seguito a sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea in procedure di infrazione”. Il Dipartimento degli Affari europei ha pubblicato l’ultimo aggiornamento ufficiale l’11 dicembre 2025: delle 69 procedure di infrazione a carico dell’Italia (55 per violazione del diritto dell’Unione e 14 per mancato recepimento di direttive), ben 24 – quindi circa un terzo del totale – riguardano l’ambiente. E, di fatto, stando alla relazione 2025 della Corte dei Conti sui Rapporti finanziari con l’Unione europea e l’utilizzazione dei fondi (dati 2024), solo per le procedure d’infrazione in materia ambientale l’Italia ha dovuto sborsare più di 800 milioni di euro. Al 31 dicembre 2024, infatti, ammontava a 888 milioni di euro il costo delle sanzioni per le quattro procedure arrivate a una seconda sentenza, più di 800 solo per quelle avviate per le discariche abusive (2003), il trattamento delle acque reflue urbane (2004) e l’emergenza rifiuti in Campania (2007). E si parla di quattro procedure, mentre ne restano aperte ancora 69. A cui, evidentemente, si sono aggiunge quelle appena aperte.

Il recepimento non corretto della direttiva sulle acque

Tra le sei procedure avviate dalla Commissione Ue con una lettera di costituzione in mora, c’è quella (aperta anche per Danimarca e Lussemburgo) per il mancato recepimento corretto della Direttiva quadro sulle Acque, compreso l’obbligo di effettuare revisioni periodiche delle autorizzazioni per la gestione delle acque. La direttiva, infatti, impone agli Stati membri di istituire un programma di misure per ciascun distretto idrografico con l’obiettivo di garantire il buono stato dei corpi idrici europei, come fiumi e laghi. Ogni programma deve includere misure per controllare diversi tipi di pressioni, come l’estrazione di acqua, gli scarichi puntuali e le fonti di inquinamento diffuse. Gli Stati membri sono tenuti a rivedere e aggiornare periodicamente queste misure di controllo, comprese le autorizzazioni concesse, per determinare se conseguono ancora i loro obiettivi e, se necessario, aggiornarle. In Italia, però, la legislazione nazionale non garantisce la registrazione di ogni permesso di prelievo idrico o di invaso, come nel caso dell’invaso realizzato con la costruzione di una diga. Inoltre, le concessioni non sono soggette ad alcuna revisione periodica, sebbene il periodo di validità possa essere di 30 o 40 anni. Tutto questo, però, non è in linea con gli obiettivi della direttiva. L’Italia ha ora due due mesi di tempo per rispondere e porre rimedio alle carenze sollevate dalla Commissione. In assenza di una risposta soddisfacente, la Commissione potrà decidere di emettere un parere motivato.

La messa in mora per il controllo dell’aria

La Commissione europea ha deciso anche di avviare una procedura di infrazione per mancato aggiornamento del programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico, come richiesto dalla direttiva Nec, del 2016, sulla riduzione delle emissioni nazionali di alcuni specifici inquinanti atmosferici. La direttiva riguarda cinque inquinanti atmosferici: anidride solforosa, ossidi di azoto, composti organici volatili non metanici, ammoniaca e particolato fine. Ogni Stato membro deve raggiungere dei target ogni anno, tra il 2020 e il 2029, con riduzioni più ambiziose a partire dal 2030, adottando programmi nazionali di controllo dell’inquinamento atmosferico. Questi programmi vanno aggiornati ogni quattro anni e devono definire le misure per soddisfare tali impegni, prendendo in considerazione le misure applicabili a tutti i settori nei quali si possono limitare le emissioni, tra cui agricoltura, energia, industria, trasporto stradale, navigazione interna e riscaldamento domestico. Nonostante i numerosi solleciti, a oggi l’Italia non ha presentato alla Commissione l’aggiornamento richiesto. Anche in questo caso, Roma ha ora due mesi di tempo per rispondere e porre rimedio alle carenze. Anche perché, giova ricordarlo, che proprio in Italia, in Pianura Padana, c’è una delle aree più inquinate di tutta Europa.


02/02/26