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24 nov 2025

Microrobot nel corpo umano
pubblicato da: admin

Microrobot nel corpo umano

I microrobot sono dispositivi dalle dimensioni paragonabili a un granello di polvere.

Sono realizzati con materiali biocompatibili che permettono loro di muoversi nei fluidi corporei e di interagire con i tessuti senza danneggiarli.

La loro struttura varia in base all'obiettivo: alcune versioni sono rigide, altre più morbide, ma in ogni caso pensate per adattarsi ai movimenti dell'ambiente in cui vengono inserite.

Il principio alla base del loro funzionamento è semplice: questi sistemi non si muovono da soli, ma rispondono a stimoli esterni. I più studiati utilizzano campi magnetici che orientano la loro forma e li spingono lungo una direzione precisa. In alternativa, trovano impiego ultrasuoni o fasci di luce, che producono micro-vibrazioni o cambiamenti di temperatura utili a generare movimento.

All'interno del corpo potrebbero svolgere compiti molto diversi. Un modello può trasportare piccole dosi di farmaco in un punto definito. Un altro può rompere o attraversare un ostacolo, come un coagulo in un vaso stretto. Altri ancora sono progettati per trattenersi in un'area e rilasciare il loro contenuto in più fasi.

Tutto dipende dalla forma, dai materiali e dal tipo di stimolo usato per guidarli.

Non si tratta, quindi, di robot nel senso comune del termine. Non hanno microchip né autonomia decisionale. Sono strumenti passivi, controllati dall'esterno con tecnologia avanzata, che trasformano un comando in un piccolo movimento mirato. È proprio questa combinazione tra miniaturizzazione e controllo ciò che li rende così interessanti per la medicina di precisione.

Come si muovono nel corpo: guida magnetica, ultrasuoni e luce

Il movimento dei microrobot nasce dalla capacità di rispondere a stimoli esterni che ne orientano la posizione e ne regolano la velocità. Tra le soluzioni più studiate c'è la guida magnetica. I materiali che compongono questi dispositivi contengono particelle sensibili ai campi magnetici, che permettono di controllarne l'assetto con una precisione difficile da ottenere con altre tecnologie. Variando l'intensità del campo, il microrobot può ruotare, spingersi in avanti o seguire un percorso definito lungo vasi o cavità.

Un'altra opzione è l'uso degli ultrasuoni. Le onde sonore ad alta frequenza possono generare micro-forze che muovono la superficie del dispositivo o attivano parti flessibili della sua struttura. Questo approccio è interessante perché gli ultrasuoni sono già ampiamente usati in clinica per diagnosi e terapie: integrare il controllo dei microrobot in strumenti già presenti negli ospedali potrebbe accelerarne lo sviluppo.

Esistono poi modelli che rispondono alla luce. Alcuni materiali cambiano forma o si espandono quando esposti a una specifica lunghezza d'onda. Altri sfruttano un lieve aumento di temperatura per contrarsi e generare piccoli scatti. Si tratta di soluzioni più sperimentali, utili in superfici accessibili o in organi raggiungibili con fibre ottiche.

Il principio comune è la necessità di un controllo esterno continuo. Nessuno di questi sistemi si muove in autonomia. Ogni passo del loro percorso dipende da segnali che devono essere regolati in tempo reale, in modo da evitare deviazioni o interazioni indesiderate con i tessuti.

Le applicazioni più promettenti: cosa possono già fare in laboratorio

La ricerca sui microrobot si concentra su poche, ma molto concrete, aree cliniche. I risultati arrivano da test condotti in ambienti controllati o su modelli animali. Sono prove ancora preliminari, ma utili per capire fin dove può spingersi questa tecnologia.

Microrobot contro i trombi

Una delle applicazioni più studiate riguarda i coaguli che si formano nei vasi sanguigni.

In laboratorio, alcuni microrobot guidati magneticamente riescono a muoversi in fluidi densi e attraversare canali che simulano la struttura di un vaso. Una volta raggiunto il trombo, possono frammentarlo grazie a movimenti rotatori o spingerlo verso un punto più accessibile.

Questo approccio potrebbe diventare utile nei vasi molto sottili, dove i cateteri tradizionali non arrivano. I test su modelli animali mostrano che è possibile localizzare il coagulo, agire con precisione e ridurre l'impatto sui tessuti circostanti.

Non è ancora una terapia, ma è una delle direzioni più realistiche della microrobotica medica.

Rilascio di farmaco mirato

Un altro filone riguarda la somministrazione mirata dei farmaci.

Alcuni microrobot sono progettati per trasportare piccole quantità di sostanza attiva e rilasciarla solo in un punto preciso.

Nei test condotti su modelli sperimentali, questi dispositivi riescono a raggiungere aree poco accessibili e a depositare il farmaco con un margine di errore molto ridotto.

Questo principio è particolarmente interessante in patologie in cui la terapia sistemica porta pochi benefici, perché solo una piccola parte della dose raggiunge l'organo bersaglio.

Con i microrobot, il carico verrebbe utilizzato in modo più efficiente, riducendo la quantità totale di medicinale e, potenzialmente, gli effetti collaterali.

Oncologia: colpire solo il tumore

L'oncologia è l'ambito che potrebbe trarre il maggior vantaggio da queste tecnologie.

Alcuni microrobot sperimentali sono in grado di penetrare nei tessuti più compatti, come le masse tumorali, e rilasciare al loro interno farmaci antitumorali o molecole terapeutiche.

Nei modelli animali questo approccio ha permesso di concentrare la terapia all'interno della lesione, evitando dispersioni nel resto del corpo.

Sono in studio anche sistemi "bioibridi", che utilizzano cellule viventi come parte del motore o del guscio esterno del microrobot. Queste cellule riconoscono naturalmente l'ambiente tumorale e aiutano il dispositivo a raggiungere la zona esatta. È un'idea ancora sperimentale, ma dimostra la varietà di soluzioni che la microrobotica sta sviluppando per le terapie oncologiche mirate.

La ricerca europea guarda lontano: microrobot morbidi e adattivi

Una parte importante della ricerca europea sta esplorando una nuova generazione di microrobot più flessibili e adattivi rispetto ai modelli tradizionali. L'obiettivo è renderli capaci di muoversi in ambienti irregolari e di lavorare a contatto con tessuti delicati, riducendo al minimo il rischio di danni.

Per ottenere questo risultato, i ricercatori stanno impiegando materiali morbidi, spesso simili a un idrogel, che possono cambiare forma quando esposti a un campo magnetico o a un'onda ultrasonora.

Questi dispositivi non si limitano a trasportare un farmaco. Alcuni prototipi sono progettati per vivere fasi diverse: possono scivolare lungo una superficie, rimanere ancorati per un periodo definito e, se necessario, modificare il loro profilo per adattarsi ai movimenti dell'organo.
Inoltre, sono in corso studi anche per soluzioni in grado di espandersi o contrarsi in risposta a uno stimolo, così da superare ostacoli o entrare in cavità molto strette.

L'aspetto più interessante riguarda l'interazione con le tecniche di imaging. I materiali morbidi possono essere formulati in modo da riflettere ultrasuoni o segnali magnetici, migliorando la loro visibilità durante il movimento. Questo punto è cruciale: seguire con precisione la posizione del microrobot è una delle sfide principali. Se la visualizzazione diventa più semplice, anche il controllo del tragitto risulta più affidabile.

Questa linea di ricerca è ancora in fase preliminare, ma rappresenta una delle direzioni più promettenti: ridurre la rigidità, aumentare l'adattabilità e integrare meglio il microrobot con l'ambiente biologico. È una strategia che potrebbe aprire a impieghi futuri non solo per il rilascio mirato dei farmaci, ma anche per interventi mini-invasivi o per il monitoraggio locale di processi infiammatori.

Quanto siamo vicini alle applicazioni cliniche?

La microrobotica medica è una tecnologia promettente, ma la distanza tra laboratorio e ospedale resta significativa.

I risultati più convincenti arrivano da test in vitro e da modelli animali, dove è possibile controllare ogni variabile e guidare il robot lungo percorsi chiari.

Nel corpo umano, però, le condizioni cambiano in modo continuo. Il flusso sanguigno varia da un distretto all'altro, i tessuti hanno rigidità diverse e la presenza di ostacoli può deviare il movimento del dispositivo.

Per questo motivo, la fase clinica non è ancora iniziata. Prima di arrivare all'essere umano servono dimostrazioni solide su tre aspetti: sicurezza dei materiali, tracciabilità precisa e capacità di mantenere il controllo del tragitto in ambienti complessi. I materiali devono essere biocompatibili e non accumularsi nei tessuti. La visualizzazione deve consentire di seguire il microrobot in tempo reale, senza zone d'ombra. La guida magnetica o ultrasonora deve reagire a cambi di direzione improvvisi senza perdere precisione.

Un altro punto critico riguarda lo smaltimento. Al termine della missione, il dispositivo deve dissolversi in modo controllato o essere recuperato con tecniche sicure. Solo così si può evitare il rischio di una permanenza indesiderata nell'organismo. Ogni soluzione in fase di studio affronta questi problemi in modo diverso, ma nessuna è pronta per un impiego clinico sistematico.

Nonostante queste sfide, la direzione è chiara. I progressi nella miniaturizzazione, nei materiali e nei sistemi di imaging stanno accelerando. Se i test preclinici continueranno a produrre risultati costanti, i primi studi sull'essere umano potrebbero arrivare nei prossimi anni, inizialmente in condizioni molto controllate e su patologie ben definite.

Oggi, tuttavia, è importante distinguere tra prospettiva e realtà: i microrobot non rappresentano ancora una terapia, ma una linea di sviluppo che potrebbe cambiare il modo in cui raggiungiamo organi e tessuti difficili.

Quali benefici potrebbero portare alla salute

L'interesse verso i microrobot nasce dalla possibilità di rendere molte terapie più precise e meno invasive.

Ogni trattamento che oggi richiede un accesso diretto all'organo o dosi elevate di farmaco potrebbe, in futuro, lasciare il posto a un dispositivo che raggiunge il punto esatto e agisce solo lì. È un cambio di prospettiva importante: ridurre la quantità di farmaco disperso nell'organismo significa limitare gli effetti collaterali e migliorare la tollerabilità delle cure, soprattutto in pazienti fragili.

Un'altra opportunità riguarda le zone difficili da trattare con tecniche convenzionali. I vasi molto sottili, le cavità irregolari o i tessuti profondi rappresentano spesso un limite per gli strumenti rigidi. Grazie alle dimensioni ridotte e al movimento guidato dall'esterno, un microrobot potrebbe superare questi ostacoli e consegnare una terapia in aree finora poco raggiungibili. Nei modelli sperimentali, questa strategia ha già mostrato una buona stabilità del percorso e un rilascio controllato del carico terapeutico.

La microrobotica potrebbe anche contribuire a ridurre il numero di procedure invasive. Se sussiste la possibilità di raggiungere una lesione senza incisioni o di trattare un coagulo senza introdurre strumenti rigidi, il recupero risulta più semplice. I prototipi più avanzati puntano proprio a questo: ottenere un'azione mirata senza perturbare in modo significativo l'ambiente circostante.

Infine, alcune linee di ricerca studiano la possibilità di usare microrobot per monitorare i tessuti dall'interno. Non in modo continuo, ma in momenti mirati, per valutare l'evoluzione di un processo infiammatorio o la risposta a una terapia. Anche questa è una prospettiva ancora lontana, ma utile per capire come la tecnologia potrebbe estendere il campo della medicina di precisione.

24/11/2025


06 nov 2025

Intesa UE sul clima. I crediti co2 arrivano...
pubblicato da: Web Master

Intesa UE sul clima. I crediti co2 arrivano..

L’accordo tra i ministri dell’Energia arrivato al termine di una maratona di 24 ore, porta in dote una traiettoria decisamente più morbida rispetto ai desiderata della Commissione europea, pur mantenendo l’obiettivo di una riduzione del 90% delle emissioni entro i prossimi 15 anni. Ma per Tabarelli il Green deal è ancora micidiale

06/11/2025

L’accordo sul clima raggiunto a Bruxelles dopo la 24 ore di confronti e faccia a faccia tra i ministri dell’Ambiente del Vecchio continente, è motivo di soddisfazione per l’Italia. Essenzialmente, per due motivi. Primo, il raggiungimento del taglio del 90% delle emissioni entro il 2040 avrà margini di flessibilità più alti. Secondo, Roma non si presenterà a mani vuote all’appuntamento, al via in queste ore, a Belém in Brasile, sede della Cop 30.

Una maratona quella di ieri, dunque, che ha visto il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, guidare una pattuglia in grado di rompere il fronte dei contrari (alla fine hanno votato non all’accordo Slovacchia, Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria).

Per arrivare alla maggioranza qualificata, dunque, c’è voluto un giorno intero e la notte tra negoziati e scrittura di un nuovo testo che fosse un compromesso ancora più forte rispetto a quello presentato alla vigilia della riunione straordinaria. Perché molti Paesi, Italia in prima fila, hanno puntato i piedi per avere una traiettoria meno rigida. La maggiore flessibilità sta tutta nella possibilità di contabilizzare nel bilancio delle emissioni fino al 5% di crediti internazionali di carbonio extra Ue. E, come richiesto il modo particolare proprio dall’Italia, si è andati anche oltre: un aggiuntivo 5% di crediti esteri potrà essere acquistato dai Paesi, per coprire gli sforzi nazionali. Resta, comunque, l’avvio al 2036, con un periodo pilota che potrà iniziare nel 2031. Il testo, inoltre, conferma una clausola di revisione su base biennale (come già proposto dalla presidenza danese) a seguito di una valutazione da parte della Commissione della legge sul clima.

Di più. Assieme all’intesa sui target 2040 è arrivato anche l’accordo tra i 27 Paesi Ue sul contributo determinato a livello nazionale (Ndc), ovvero il contributo dell’Ue agli sforzi globali sul clima per il 2035 richiesti dagli impegni della Cop30 di Belém, in Brasile. Il range sul quale è stato trovato un accordo prevede un taglio delle emissioni compreso tra il 66,25% e il 72,5% rispetto ai livelli del 1990, in pratica lo stesso intervallo indicato nella dichiarazione presentata dall’Ue alla Unfccc (la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) a settembre. Infine, altra piccola vittoria italiana, sarà rinviata di un anno, dal 2027 al 2028, l’entrata in vigore del sistema di scambio di quote di emissione per l’edilizia e il trasporto stradale: il meccanismo estende il campo d’azione del mercato del carbonio perché coinvolgerà nuovi settori strategici per il raggiungimento della neutralità climatica.

Difficile dire quale sarà l’esito del negoziato, che comincerà verosimilmente a dicembre, tra Consiglio Ue e Parlamento. Se da un lato la frenata sul Green deal all’insegna della maggiore flessibilità, pur mantenendo gli obiettivi finali di decarbonizzazione, ha segnato divisioni profonde nella maggioranza parlamentare pro Ue che sostiene la Commissione europea, dall’altro lato si resiste a seguire la stessa Commissione e i governi sull’operazione semplificazione normativa o sul prossimo bilancio Ue. La cosa certa è che l’intesa di oggi è stata una prova rilevante a favore di un compromesso fra ambizione pro clima, competitività industriale e indipendenza energetica.

Lo stesso ministro Pichetto Fratin ne vede il bicchiere mezzo pieno, parlando di “compromesso equilibrato”, nonostante le critiche ricevute da più parti, sia da alleati di governo, in particolare la Lega, sia dall’industria. Pichetto ha riconosciuto che l’Italia è stata determinante per rimuovere la minoranza di blocco che avrebbe potuto frapporsi sui pesanti obiettivi di taglio alle emissioni che la Ue si è autoimposta. “La partita era estremamente difficile, c’è stato tutto un percorso per raggiungere l’intesa. Si è aperto un confronto con la minoranza di blocco, eravamo in grado di bloccare le misure. Ma poi noi ci siamo presentati con una serie di temi, che sono quelli che la presidente del Consiglio Meloni ha illustrato al Parlamento. E incassati questi aspetti l’intesa era un punto di interesse nazionale notevole”, ha proseguito Pichetto. La stessa linea che avrà l’Italia in Brasile, Paese verso il quale è in volo il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. “L’Italia”, ha chiarito una nota della Farnesina, “ribadirà la sua ferma determinazione a fare la propria parte per limitare l’aumento della temperatura globale, invitando tutti gli Stati parte a coniugare ambizione e realismo, perseguendo gli obiettivi climatici con apertura e innovazione, ma evitando i dogmatismi”.

E anche secondo il ministro per le Imprese, Adolfo Urso, “siamo finalmente nella fase decisiva, ieri il ruolo significativo, importante, protagonista dell’Italia ha consentito di realizzare modifiche importanti e significative nel patto per il clima con l’introduzione del concetto fondamentale della neutralità tecnologica, della flessibilità e, quindi, della revisione biennale e il riconoscimenti finalmente pieno del biocarburante. L’Italia è in campo da protagonista, finalmente riusciamo ad aggregare una maggioranza riformatrice ed è il momento giusto per raggiungere gli obiettivi”.

LA VERSIONE DI TABARELLI

L’Italia può quindi esprimere la sua soddisfazione in merito alla maggiore flessibilità nel raggiungimento dei target. Era possibile staccare un dividendo più cospicuo? E cosa rimane del Green deal dopo l’intesa tra i ministri dell’Ambiente? Formiche.net ne ha parlato con Davide Tabarelli, fondatore e presidente di Nomisma Energia. “Quello di Bruxelles è solo un dolcificante, anche se è un primo passo che può far ben sperare. Ma pensare di tagliare le emissioni del 90% in 15 anni è ancora un salto mortale, una cosa mostruosa. Insomma, un rischio enorme. Di più, una follia, che conferma ancora una volta il distacco dalla realtà dell’Europa”, ha commentato Tabarelli.

“Non posso dare un giudizio positivo all’accordo raggiunto a Bruxelles. Ma non perché non condivida il fatto che il Green deal ad oggi rappresenti ancora una rivoluzione poco sensata, da correggere prima che sia troppo tardi, anche attraverso quella flessibilità appena abbozzata nell’intesa sulle emissioni. Il punto è che bisognava fare di più, portare a casa una prima, vera, messa in discussione della transizione così come impostata dalla Commissione europea”, aggiunge. “Quello che voglio dire è che siamo in una trappola, uscire dal tentativo di rivoluzione verde in cui siamo finiti sarà difficile”.

A chi fa notare come la flessibilità prevista nell’accordo, grazie alla spinta italiana, è comunque un primo segnale di ripensamento, Tabarelli non nasconde un accenno di soddisfazione. “Certo, da 0 a 100, 50 è meglio di zero, è già qualcosa. Ma la sostanza è la stessa, l’impianto è quello. L’obbligo di mettere fuori dal mercato i motori a benzina e diesel entro il 2035 è ancora lì. E lo stesso taglio delle emissioni al 90%. Queste sono le follie che ancora sono presenti nel Green new deal. Certo, aumentare del 5% la contabilizzazione del carbonio è un buon segnale. Ma da una transizione veramente realista e realizzabile, siamo lontani anni luce. La verità è che il Green deal, ad oggi, rimane un tentativo, maldestro e micidiale, di rivoluzione. La crescita in Europa negli ultimi 30 anni è stata del 60%, negli Stati Uniti di quasi tre volte. Se vuoi sviluppo, devi fare Pil e il Green deal invece questa crescita la soffoca, nonostante le buone intenzioni. Ecco come stanno le cose”.

Una strada che l’Italia ha deciso di battere, lavorando sia sul versante del consenso, sia su quello industriale è quella del nucleare. “Ci vorrà del tempo per il nucleare, e nelle more che facciamo. Non possiamo pensare di azzerare tutto in attesa che arrivi l’atomo. Anche nel più ottimistico dei casi, dal momento in cui arrivasse il via libera ci vorrebbero almeno 10 anni per l’entrata in funzione della prima centrale. In ogni caso però, l’Italia ci deve provare: il nucleare è necessario se vogliamo avere una fonte di energia pulita e controllabile nell’ottica della transizione energetica”.

Insomma, le date da cerchiare con il rosso sono due, 2035 e 2040. Tabarelli però nutre seri dubbi sul fatto che, alla fine, la tagliola su benzina e diesel scatterà tra dieci anni. “Credo che quel target verrà rivisto, anzi ne sono quasi certo. Parliamo di fisica dell’energia, in Europa ci sono 250 milioni di auto con l’elettrico al 2%. E pensiamo a togliere dal mercato oltre il 90% del parco macchine circolante in dieci anni. Qualcuno prende come riferimento la Cina. Ma non è un riferimento, non può esserlo per l’Europa. Ritmi e velocità troppo diversi”.


06 nov 2025

Cripto 2025: nuova tassazione e rivalutazione
pubblicato da: Web Master

Cripto 2025: nuova tassazione e rivalutazione

La Legge di bilancio, ormai definitiva, apporta diverse novità alla tassazione delle cripto-attività per l’anno 2025 e poi, a regime, dal 2026

Lo scorso 28 dicembre 2024 è stata approvata anche dal Senato, senza apportare modifiche, la Legge di bilancio per l’anno 2025, la quale è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 31 dicembre 2024 con il nome di Legge numero 207 “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2025 e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027”, in vigore dal giorno 1 gennaio 2025.

Tra le numerose novità presentate dalla Legge 207/2024 (per un approfondimento è possibile leggere l’articolo (Legge di bilancio 2025: sintesi delle novità), ai commi da 23 a 29 dell’articolo 1 ce ne sono diverse che riguardano le criptovalute o, per meglio dire, le cripto-attività, secondo l’espressione più generica utilizzata dal legislatore.

La tassazione delle criptovalute era stata normata di recente, nel 2022, con primo anno di applicazione l’anno fiscale 2023, inserendo nel TUIR il nuovo articolo 67 comma 1 lettera c-sexies, il quale prevedeva l’applicazione di una imposta sostitutiva del 26% sulle “plusvalenze e gli altri proventi realizzati mediante rimborso o cessione a titolo oneroso, permuta o detenzione di cripto-attività, comunque denominate, non inferiori complessivamente a 2.000 euro nel periodo d'imposta”.

Quella dei duemila euro costituiva una soglia (non franchigia, a riguardo si può leggere l’articolo Criptovalute: la plusvalenza di 2 mila euro è soglia, non franchigia), sotto la quale le plusvalenze non concorrevano alla formazione del reddito.

Come anticipato, la Legge di bilancio per l’anno 2025, la Legge 207/2024, ai commi da 23 a 25 prevede:

  • per l’anno fiscale 2025 l’applicazione di una imposta sostitutiva del 26% sui redditi diversi derivanti dall’alienazione di cripto-attività;
  • l’innalzamento di tale aliquota al 33% con decorrenza dal giorno 1 gennaio 2026;
  • l’eliminazione, già dal giorno 1 gennaio 2025, della prima prevista soglia di non imponibilità di 2.000 euro.

L’eliminazione della soglia di non imponibilità comporterà che saranno soggette a tassazione e ai relativi obblighi dichiarativi anche le plusvalenze di più modesto importo, che possono interessare coloro che detengono criptovalute senza una effettiva e sostanziale finalità speculativa.

In conseguenza delle modifiche normative apportate dalla Legge 207/2024, il regime di tassazione delle cripto-attività cambierà da subito nell’anno fiscale 2025, il quale si configurerà però come un periodo di passaggio, per poi arrivare alla tassazione definitiva a partire dal 2026:

  • tassazione fino al 2024: imposta sostitutiva del 26% e soglia di non imponibilità di 2.000 euro nel periodo di imposta;
  • tassazione 2025 (transitoria): imposta sostitutiva del 26%, senza soglia di non imponibilità;
  • tassazione dal 2026 (a regime): imposta sostitutiva del 33%, senza soglia di non imponibilità.

La nuova rivalutazione

In concomitanza con la modifica del regime di tassazione, la Legge 207/2024 ai commi da 26 a 29 dell’articolo 1 prevede una nuova rivalutazione onerosa dei valori fiscali.

Con maggiore precisione, è prevista la possibilità per il contribuente di assumere, ai fini del calcolo delle plusvalenze imponibili, come definite dall’articolo 67 comma 1 lettera c-sexies del TUIR, il valore delle cripto-attività alla data del giorno 1 gennaio 2025, in luogo del costo o del valore di acquisto.

La misura fondamentalmente ripropone la precedente rivalutazione onerosa, già prevista quando era stata normata per la prima volta la tassazione delle cripto-attività, ma con una differente aliquota.

La rivalutazione, da effettuarsi nell’anno fiscale 2025, sarà onerosa, prevedendo l’applicazione di una imposta sostitutiva del 18%, da versarsi entro il 30 novembre 2025, in una o più rate, fino ad un massimo di tre. Fermo restando che, sulle rate successive alla prima, si applicherà un tasso di interesse del 3% annuo, da versarsi contestualmente alla rata.

È precisato che la rivalutazione onerosa non consente il realizzarsi di minusvalenze utilizzabili.

06/11/2025

29 ott 2025

Fisco: da oggi sequestrabile anche la prima casa!
pubblicato da: Web Master

Fisco: da oggi sequestrabile anche la prima casa!

La Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro preventivo per reati tributari anche su beni intestati a terzi e sulla casa di abitazione, chiarendo i limiti alla tutela della “prima casa”Con la sentenza n. 34484 del 22 ottobre 2025, la Corte di Cassazione si è pronunciata sulla legittimità del sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, di beni mobili e immobili nella disponibilità dell’indagato per reati tributari.
La pronuncia, che trae origine da un procedimento cautelare avviato dal Tribunale di Rovigo, affronta due questioni di rilievo. La prima attiene alla possibilità, per l’indagato, di impugnare il sequestro di beni non formalmente di sua proprietà. La seconda, invece, riguarda la tutela della c.d. “prima casa” rispetto alle misure cautelari patrimoniali disposte in sede penale.

La controversia nasce nell’ambito di un’indagine per violazioni fiscali ai sensi dell’art. 2 della legge reati tributari, riguardanti dichiarazioni fraudolente mediante uso di fatture per operazioni inesistenti.
L’indagato aveva impugnato il decreto di sequestro preventivo disposto nei suoi confronti, che riguardava un’autovettura intestata alla moglie e un conto corrente riconducibile a una società terza, oltre a un immobile cointestato con il coniuge, adibito a residenza familiare.

Il Tribunale di Rovigo aveva, tuttavia, dichiarato inammissibile l’istanza di riesame per la parte relativa ai beni intestati a terzi e l’aveva rigettata per il resto, ritenendo legittimo il vincolo cautelare anche sull’immobile di residenza.
Contro tale decisione il difensore dell’indagato proponeva ricorso in Cassazione, fondato su due motivi, ovvero:

  • la violazione dell’art. 324 del c.p.p., in quanto l’indagato, sebbene non fosse proprietario dei beni, avrebbe avuto comunque un interesse a contestare la misura, trattandosi di beni sottratti al nucleo familiare;
  • la violazione dell’art. 76 delle disp. risc. imp. redditi, comma 1, lett. a), che vieta l’espropriazione dell’unico immobile di proprietà del debitore, sostenendo che tale principio dovesse valere anche nel procedimento penale, a tutela della c.d. “prima casa”.


La Suprema Corte ha rigettato integralmente il ricorso, confermando la decisione del Tribunale e fornendo chiarimenti su due questioni centrali.

Con riferimento al primo motivo, la Cassazione ha ricordato che, di recente, le Sezioni Unite della Corte si sono pronunciate circa la legittimazione dell’indagato a impugnare il sequestro di beni non propri (cfr. informazione provvisoria n. 15/2025). Secondo tale orientamento, “la persona sottoposta ad indagini può proporre richiesta di riesame ove alleghi un interesse concreto ed attuale correlato agli effetti della rimozione del sequestro sulla sua posizione”.
Ebbene, nel caso di specie, l’interesse (ossia la semplice restituzione di beni appartenenti a soggetti terzi o al coniuge) è stato giudicato insufficiente, poiché volto soltanto al ripristino del patrimonio familiare e non incidente in modo diretto sulla posizione giuridica dell’indagato.

Quanto al secondo motivo, relativo al vincolo sull’immobile adibito ad abitazione principale, la Corte ha dichiarato che, secondo l’orientamento maggioritario della stessa giurisprudenza di legittimità, il limite all’espropriazione immobiliare previsto dall’art. 76, comma 1, lett. a), del D.P.R. n. 602/1973 vale solo nei confronti dell’Erario e unicamente per debiti tributari, non anche nei confronti dello Stato quando questo agisce per confiscare il profitto di un reato. Inoltre, la norma non tutela genericamente la “prima casa”, bensì l’unico immobile di proprietà del debitore, che è un concetto diverso e più restrittivo.

Un’ulteriore differenza attiene alla finalità della misura. Nel procedimento tributario si agisce per riscuotere un credito, mentre in ambito penale l’obiettivo è colpire il vantaggio economico derivante dal reato. Quando il profitto illecito non è più disponibile, il giudice può disporre la confisca per equivalente, cioè aggredire altri beni di valore corrispondente appartenenti all’imputato, inclusa l’abitazione. La Cassazione ha quindi ribadito che la casa, pur se lecitamente acquistata, può essere sequestrata se il suo valore corrisponde al guadagno ottenuto con l’evasione fiscale.
A supporto della decisione, la Suprema Corte richiama anche l’art. 2740 del c.c., per cui il debitore risponde delle proprie obbligazioni con tutti i beni presenti e futuri, salvo i casi specificamente previsti dalla legge.

30/10/25

29 ott 2025

Arriva il Gemello Digitale della casa
pubblicato da: Web Master

Arriva il Gemello Digitale della casa.

Il seguente articolo dimostra quanto avessi avuto ragione parlando proprio del gemello digitale (digital twin) della casa nel mio libro "Apocalisse green ". Attacco a casa e proprietà privata", anticipando questa tematica che prevede il controllo della vostra abitazione da remoto....  Qui sotto riporto la notizia che ovviamente fa notare i lati positivi ma fate parecchia attenzione a comprenderne il vero significato... quello che ho ben descritto nel mio libro sopra citato... e tutto a norma di legge!

Una tecnologia sviluppata dalla startup italiana TaDa trasforma i dati dei contatori in un digital twin dell’abitazione: monitora i consumi di ogni elettrodomestico e suggerisce via app come ottimizzarli

Ogni mese le bollette raccontano una storia che spesso non conosciamo: quella dei nostri consumi nascosti, degli sprechi invisibili e degli elettrodomestici che lavorano più del necessario. La tecnologia ci permette oggi di intervenire senza installare nuovi dispositivi, né cambiare le proprie abitudini. Basta sfruttare quello che già c’è – i contatori intelligenti di seconda generazione – per trasformare ogni abitazione in un organismo capace di risparmiare energia e ridurre le emissioni. A renderlo possibile è TaDa, una giovane realtà italiana attiva da gennaio 2025, che ha sviluppato una tecnologia proprietaria in grado di creare il «digital twin» dell’edificio, ovvero una copia digitale che ne rileva in tempo reale l’impronta energetica e suggerisce come ottimizzarla.

Come risparmiare

Il principio è semplice: analizzando i dati che passano attraverso i contatori, il sistema riesce a riconoscere i consumi di ogni singolo elettrodomestico, individuare sprechi e malfunzionamenti e inviare alert mirati agli utenti tramite app. Un frigorifero che consuma troppo o una lavatrice che funziona male possono pesare fino al 30% sulla bolletta familiare – pari a circa 400 euro l’anno – senza che nessuno se ne accorga. TaDa lo segnala in modo da intervenire subito.
«Il nostro obiettivo è duplice: aiutare i fornitori di energia a migliorare la relazione con i clienti e permettere a questi ultimi di conoscere davvero come utilizzano l’energia», spiega Stefano Fumi, co-fondatore e amministratore delegato. «Grazie alla più avanzata infrastruttura di contatori intelligenti al mondo – quella italiana – partiamo da un vantaggio competitivo unico. Da qui vogliamo espanderci in tutta Europa, contribuendo a un uso più consapevole e intelligente delle risorse».

Reclami e mercato

I benefici non si fermano al portafoglio. Creando un gemello digitale della casa, la tecnologia permette di monitorare l’efficienza complessiva dell’abitazione e di migliorarne la sicurezza. L’app associata consente di controllare i consumi in tempo reale, ricevere notifiche se un elettrodomestico è rimasto acceso, o suggerimenti per sostituire apparecchiature obsolete. E può anche registrare abitudini d’uso anomale, segnalando variazioni utili per il monitoraggio di anziani o persone fragili.
Fumi assicura che con il modello sviluppato da TaDa i fornitori di energia possono anticipare problemi di sovraconsumo e ridurre drasticamente i reclami («circa l’80% delle chiamate ai call center energetici sono correlate a problematiche di fatturazione»), le compagnie assicurative possono ottenere dati preziosi per valutare i rischi domestici, le banche integrarli nelle analisi per mutui «green», i produttori di elettrodomestici migliorare i propri prodotti. Tutto questo in un mercato potenziale enorme: oltre 30 milioni di abitazioni in Italia e 200 milioni in Europa, per un settore dell’efficienza energetica che vale già 560 miliardi di dollari a livello globale e 85 miliardi di euro nel nostro Paese.
Il percorso della startup, sostenuta da investitori come Italian Founders Fund e Nextalia Ventures, è appena iniziato ma appare promettente. Con una valutazione di 20 milioni di euro prima ancora dell’avvio delle vendite e un primo round di finanziamento da 1,9 milioni, TaDa si prepara a scalare il mercato europeo. «Siamo partiti da poco - conclude Fumi - ma i risultati ci confermano che stiamo andando nella direzione giusta».

25/10/25